Luigi Bisignani
San Donato di Ninea 02-04-2025
Minùcciu bbi cuntadi cùmu ghèramu; À guardianìa
Dòll’Ubèrtu, ù previti dà ràzza dè baruni Campuluòngu, ntà nù lìbbru sùpa ù paìsi, gà scrittu cà ù sàntuntìsi ghèra làtru ed’òn cc’iavìa rispièttu ppà rròbba i l’àvuti.
Ù prèviti, scriviènnu, fòrsi avìa nnànti tièmpi antìchi, quànnu nnì chiamàvanu “tèrra bruzia” ppìcchì ghèramu genti tostareddha, ca rispiettu ppì rròbba e pirsùni ònn’aviàmu e quànnu nnì sbiàvamu, addhùnni jèmu, facièmu tèrra vrushjàta.
Doll’Ubèrtu, òltra cà ghèranu làtri, onn’à scrìttu cchì rìma minàvanu i sàndutanìsi ari tiempi sua ma, si tinìmu ncùntu quìru c’ha tramannàtu ppì l’alìvaràni dà Terra, ntè fràmi c’à scrìttu cùntra ì sàntunatìsi, nù funnicièddhu i vèru cciavèradda ghèssi.
S’ì còsi stàvanu pròpiu cùmu l’ha scritti dòll’Ubertu, ppì limità u dannu ara rrobba, avìa fàttu buònu quìri chi ntò paisi pussidìanu à ‘ssègghj ggènti tòsta, miègghju cc’ancunànnu ì galèra àri spàddhj, ed’àra ngaggià ccù mannàtu dà guardianìa sùpa tùttu ù pùssidutu, ‘ntèsu rròbba e pirsùni.
Dai racconti che ne facevano i nostri vecchi, l’incarico di guardiano era molto ambito, sia per il prestigio, sia per il “potere” che derivava dall’affido e per la possibilità di arricchirsi, se si sapeva condurre la cosa ed agire con discrezione.
Dei “guardiani” dei tempi passati, la storia e la tradizione orale paesana ci ha trasmesso solo i nomi di Francesco Sirimarco e Francesco Pizzo, i quali erano al servizio del barone Campolongo e fra una guardiania e l’altra, trovarono il tempo di organizzare un tranello per derubare ed uccidere Saverio Jannuzzi, brigante sandonatese noto come “Prishènti”.
Datori di “lavoro” per le guardianie erano, quali maggiori proprietari terrieri, il barone Campolongo e la famiglia Panebianco, seguiti dai Benincasa, dai Martucci e da tutte le altre famiglie con proprietà meno estese, ma comunque da preservare.
Questo aspetto particolare della vita paesana, mi riporta ai miei ricordi di bambino fra i quali anche quello dei “guardiani” al servizio dei possidenti sandonatesi.
Chi esercitava il mestiere della guardiania era gente di provata fede ed onestà, delegata alla preservazione dei beni, nel nostro caso proprietà fondiarie dalle quali derivava la ricchezza familiare, sotto forma di cereali, ortaggi e frutta varia.
Il guardiano non era più la figura che tratteggia Vincenzo Padula nel suo resoconto del novembre 1864 apparso sul giornale il Bruzio.
I “guardiani” che rammento non erano birri strafottenti e prepotenti come quelli descritti da Padula, ma tranquille guardie giurate, regolarmente autorizzate con licenza prefettizia ed autorizzati a girare armati.
Tutelavano la proprietà ed effettuavano frequenti sopralluoghi alle proprietà affidate; loro scopo era limitare, sia il pascolo abusivo (pascoli e terreni venivano affittati dagli allevatori), sia il legnatico sulla vegetazione verde (era consentita a libera raccolta del legname secco), sia i furti, specie in prossimità dei raccolti.
I sandonatesi che, io bambino rammento avevano il titolo di Guardia particolare giurata erano zìu Giùvanni ì beniamìnu e zìu Piètru i patagghjioscia, i quali, in occasioni elettorali, venivano anche impegnati nella sorveglianza al seggio
Il racconto che segue ci da un quadro di vita calabrese riferito ad oltre un secolo e mezzo fa, ambiente al quale la collettività sandonatese, per tradizioni, usi, costumi, modi di vestire, comportarsi e mentalità vigenti nella maggior parte della popolazione, non era estranea.
In corsivo il testo del Padula;
“””””Calandrelle nei più, e scarpe in pochi; calze di ruvida lana bianca o nera senza ghette di sopra, o ghette senza calze di sotto; brache a toppino tenute su con larga correggia di cuoio, fascia, o passamano che si allaccia di dietro, ed, egualmente che le ghette il corpetto e la giacca, di panno nero e nostrale; camicia col colletto ritto, cappello di feltro, comico, e con le tese arricciate; una scure sospesa alla correggia che tien su le brache, ed una mazza moderata in mano, sono tutto ciò che voi vedete addosso agli uomini del nostro popolo, quando nei giorni festivi si raccolgono sul sagrato delle chiese.
Ma ecco che in mezzo a loro voi scorgete altri, del popolo ancor essi, ma giovani bene impastati, bene fazionati, e ben vestiti, che nel volto ricoverto di peli hanno il brigante, che attaccano un giuraddio ad ogni momento, e che gli occhi sopra, se gli avvicini, ti pongono a stracciasacco.
Il cappello è di feltro e conico, ma le tese ne sono più larghe ed arrovesciate per di giù; e lo portano alla scrocca godendo di farsi ondeggiare su gli omeri l’estremità pendenti dei nastri di velluto, che ne coprono tutta la fascia dalla piega al cocuzzolo.
La camicia e di bucato, e ‘l largo colletto o se ne arrovescia sul bavero della giacca, o si lega con golettone di colori smaglianti, i cui estremi frangiati, dopo fatto nodo alla gola, si mandano oltre le spalle. Indossano ora una cacciatora, ora una giacchetta con sul dorso un cuoricino, ed alle gomita due aquile di altra stoffa.
La giacca ed il corpetto, i cui petti si soprappongono, hanno doppia bottoniera di ottone, se non che in questo si preferiscono bottoni, anche di ottone, ma a globetti, e somiglianti a sonagli. Quando le brache sono a toppino le ghette giungono al poplite, lasciando tra sè e le brache un intervallo che si cinge con larga fettuccia, non si pero che nasconda la calza bianca.
Quando poi i pantaloni sono a sparato, le ghette giungono con grande bottoniera all’ inforcata; e si le brache, e si i pantaloni son tenuti su da bretelle. Le finte delle tasche dei calzoni e del corpetto, il sopragirello dei toppini e la manopola della giacca son sempre d’altra stoffa, e di altro colore, verde nei più.
Accrescete a questo scarperotti di cuoio grosso e bianco imbullettati ſino alla punta, fazzoletto di seta con un gherone pendente fuori della tasca della giacchetta; una pipa con camminetto di legno, lavoro dei carcerati, ed intagliato bizzarramente, la quale si affibbia agli ucchielli di quella con catenuzza di ottone; una pistola che mostra, il suo calcio nella tasca in petto (mariola); un pugnale, di cui si vede il manico, nella tasca dei calzoni, ed un fucile a due canne che si porta a spalla, sospeso sotto il braccio, e con la bocca in basso, e voi avrete il ritratto dei bravi che nei giorni festivi passeggiano pettoruti ed affilettati tra il nostro popolo, che li guarda con occhio rispettoso.
Questi bravi sono le guardie, o, come diciamo noi, i guardiani dei galantuomini, dei proprietari, e la classe n’è numerosa.
È loro impiego il sorvegliare i campi e le opere, i lavori e le industrie campestri, unirsi in trojata dietro il padrone quando si conduce in contado, e farlo dentro il paese formidabile ai cittadini, e fuori formidabile ai briganti; e lo che il cane che ci difende dal lupo somiglia al lupo, il guardiano, che ci difende dal brigante, somiglia al brigante, e non solo nelle vesti che sono le medesime, salvo che costui le ha di pannolano più fine, con mostre rosse, e con bettoniere di piastre di argento o di marenghi forati; ma nei costumi eziandio e nell’indole.
Ad essere guardiano non basta il volerlo: si richiede un uomo che sia celibe, un uomo fatto alla traversa, che non rimanga paziente all’ingiurie, un uomo di sangue e di corrucci, che abbia più volte dato briga alla giustizia, espiato una pena nelle prigioni, vissuto furfantando nel paese nativo, da cui poi sia stato costretto a spatriare.
E i nostri galantuomini, onde i più sono di onesti e temperati costumi, gemono di sentirsi costretti per la paura dei briganti di adoperare ai loro servigi cosiffatte persone.
I briganti o sono evasi dalle carceri, o quasi tutti nativi dei villaggi albanesi e silani; e poiché le vaste lande della Sila sono il loro ricovero, il galantuomo stima fare il suo pro assoldando guardiani anche albanesi e casalini, i quali li conoscano per essere stati un tempo loro concittadini, e compagni nelle carceri nelle manifatture della regolizia, e nei lavori campestri; il che è tanto vero che i signori della provincia vicina alla nostra, che hanno terre ed industrie tra noi, seguono il medesimo stile, e mettendo indietro i loro conterranei conducono ai loro stipendii i più tristi dei nostri.
Or vediamo come i guardiani adempiano il loro officio. Chi ne ha molti, e possiede poderi in monte ed in marina, può dormire tra due guanciali; che il brigante si lascerà innanzi morire di fame che toccare la più rognosa delle pecore, perché egli sa che se d’inverno scende alle maremme, e di està sale alle montagne silane troverà da per tutte le guardie, alle quali al proprietario non costa più che una parola che dica per averne al giorno appresso il capo reciso.
E cioè vangelo, e finora a noi manca l’esempio di grandi signori sequestrati o danneggiati dai briganti: briganti che vengano dalle provincie vicine, briganti che si fermino tra noi un giorno per andare oltre il dimani possono molestarli, e li molestarono più volte; ma i nostri li rispettano, e li rispettarono sempre per paura,
La pasqua dei guardiani è tutte le volte che vi hanno briganti in campagna, e seguono dei sequestri. Ognuno allora li carezza, e le famiglie dei sequestrati ne implorano la protezione per avere più arrendevoli i briganti.
I padroni stessi se ne impaurano, e molti ne udimmo lamentarsi di loro misera bile condizione, che li costringeva a far buon viso, allargare le mani, e chiudere gli occhi, e dar subito e volentieri ciò che il guardiano chiedesse, il quale spesso finge di venirgli innanzi a nome dei briganti afforzando le inchieste con mille minacce.
E non può farsi altrimente, che parecchi padroni furono negli anni addietro catturati per tradimento e complicità dei medesimi guardiani, che ingrati e nemici, come tutti coloro che servono, non aborrono dal mordere la mano, che da loro il pane. –
Il guardiano per lo più è celibe, e spesa una drudetta che per l’ innanzi appartenne al suo padrone Nei giorni festivi gira armato pel paese, dimora armato innanzi al palazzo del padrone, e lo straniero che visita le nostre terre alla vista di tanti armi dentro l’ abitato crede di trovarsi in pericolo di vita.
Di qui invito agli altri di armarsi, invito dell’ armi a provocazioni temerarie, e passaggio dalle provocazioni a percosse, ferite ed omicidii, delle quali tre cose una non manca mai nei di festivi in ogni paese di Calabria. Le consuetudini e le pretenzioni feudali sono, dove più dove meno, in vigore; i proprietari che vogliono esercitarle son pochi; ma, pochi o molti che sieno, i guardiani son quelli, con le cui spalle si consumano gli abusi più iniqui.
Mi si è detta un’ ingiuria, una cattiva parola; alla mia fantesca giunta tardi alla fontana pubblica altri tolse che lo preoccupasse nell’attingere l’acqua, al mio servo ito al mercato altri del pari contese il dritto d’essere servito prima? Non importa: ne fo cenno al mio guardiano, e costui corre al fonte, e rompe gli orciuoli della povera gente, corre al mercato e manda per aria il cestone del pescivendolo. Dico così per esempio; e delle busse toccate non si fa motto, perché il passato governo persuase i poverelli, che per loro giustizia non ve n’ è.
Questo vezzo di farsi ragione con la forza ha imbrutito il nostro popolo, ed a nociuto e nuoce al pubblico costume, ed alla pace domestica dei medesimi proprietari.
Uno di costoro, edotto dalla sperienza, dall’età, e dagli studii, mi diceva sospirando che i primi incitamenti al mal fare gli erano venuti dai guardiani di suo padre, Fino a diciotto anni io non mi era scasato dal paese nativo; non avevo né libri, nè maestri, ma i cani, il cavallo, ed i guardiani, che mi servivano. Nacquero le passioni, e le secondai senz’ostacoli.
Il mio guardiano arnesato di moschetto, di pistola e di coltello assediava la popolana, su cui avessi io posto l’occhio: dalle oggi e dalle domani, la fanciulla cadeva: si percoteva il padre, si minacciava il fratello.
Egli spesso entrava a parte dei doni, che le mandavo, faceva un po’ di agresto sulle mie spese e (questo s’intende da sé) godeva pure dei suoi favori. Entrai in comunella con altri giovani miei coetanei, ed i miei ed i loro guardiani ci servirono in imprese, che al presente arrossisco. Si scalavano finestre di notte, si faceva il birro, e ‘I miglior nostro divertimento era lo sbarro. E che s’intende per sbarro? domandavamo noi; e ‘l brav’uomo,
Sei calabrese, ci rispondeva, ed ignori che sia lo sbarro? Si sbarra una vigna, un marroneto, un terreno qualunque quando dopo la raccolta si fa abilita a tutti di entrarvi col gregge; e quando noi eravamo stufi e stracchi o in dispetto di una nostra donna, la sbarravamo, concedendola invano reluttante al simultaneo e disonesto assalto di tutti i nostri guardiani, e loro amici.
Il guardiano sorveglia i poderi del padrone e l’ opere campestri, e se fa gl’interessi di lui fa meglio gl’interessi proprii.
La popolana entra nel mio fondo a farvi un fastello di legna: il guardiano la percuote, le fa a brandelli il fazzoletto, le leva pegno (spigna) il corpetto, e lo porta a me.
Il bifolco vi entra con i suoi buoi; il guardiano se li caccia innanzi, e li mena a me nel paese.
Il porcarello vi s’introduce con la sua macilenta scrofa, il guardiano gli corre addosso, il meschinello trema, e gli dice allibito: Prenditi pegno la mia scure, e lasciami la scrofa; e ‘l guardiano si riceve la scure e la porta a me. Or che avviene? Viene la popolana, ed io le dico: se vuoi restituito il corpetto dammi due lire; viene il bifolco ed io gli dico: se vuoi i bovi dammi cinque lire; viene il porcarello ed io gli dico: se vuoi la scure dammi sei lire. Il danno da me sofferto nel fondo è forse un nonnulla; ma il bifolco vedesi i cari buoi digiuni, assetati, a cielo aperto innanzi al palazzo mio, e per toglierli da quel travaglio paga anche un occhio la popolana e ‘l porcarello, pagano pure, perché io ho un pegno in mano, e se non pagano quel ch’io voglio, porto al Giudice di mandamento il corpetto, e la scure, e domando una perizia.
E alla parola perizia il nostro povero popolo cangia colore, perché ognuno ricorda la storia d’un cavolo pagato ottanta lire.
La storia si racconta così. Un guardiano formidabile otteneva a titolo di mancia da un pecorajo ora caci, ora ricotte: il pecorajo stanco del tributo una volta rifiutò. Ebbene ! gli disse, l’altro, se porrai piede nei fondi del mio padrone ti concerò pel dì delle feste. Non mi coglierai, rispose il pecorajo, e per un mese il poverello era tutt’occhi nel ritirarsi la sera perché le sue capre costeggiando quei fondi non ne saltassero le siepi.
Il guardiano indispettito si appiatta dietro la siepe, spia l’istante che passano le capre, ne tira una su, e la libera nel podere. La capra si mangia un cavolo. Oh il cavolo! il cavolo! ti ho colto alfine, lasciami il pegno. Ti pagherò il cavolo, e questi son due soldi. – Due soldi? li ai da contarmi cinque lire. Il pecoraio rimane trasognato, l’altro gli leva pegno la scure, la porta al padrone, e questi chiede una perizia. Che ne seguì. Il danno era innegabile, era di due soldi ma innegabile; ma per spese d’ indennità di via al giudice, al cancelliere il malarrivato sborsò ottanta lire!
Questi ed altrettali fatti sono comuni in Calabria, e noi gli scriviamo non per credere che li facessimo ignorati, ma perché scritti e letti stimiamo che debbano generare una nobile vergogna , che ne impedisca il rinnovellamento; e domandiamo con l’animo commosso, se il nostro popolo può avere animo gentile, corretti costumi, ed istinti umani quando vegga, non dico ogni giorno, ma una sola volta in dieci anni, un solo esempio di sbarro, di cui freme la natura, e di cavolo pagato 80 lire, di cui freme la giustizia!
Il guardiano tocca al mese dal suo padrone o trenta carlini e un tomolo di grano, o sei ducati; e di più un pezzo di terreno, di cui non paga né fitto, né terratico. La provvisione par poca, ma non è così.
Stante il timore, che ne ricevono i conservi, il massaro gli maggesa e semina il terreno gratuitamente, il pecorajo lo accomoda di formaggi, di caciocavalli il vaccaro, senza mettere a somma gl’ illeciti guadagni ch’ egli fa ad insaputa del padrone.”””””
Quanto descritto dal Padula mi torna, eccome se mi torna, specie se con la memoria vado ai racconti di vita sandonatese che i vecchi , bontà loro, facevano alle torme di ragazzini che li circondavano, per ascoltare quelle “parmarìe” che un fondo di vero l’avevano sempre.
Aprile 2025
MINÙCCIU